Il SSN è morto.

Pubblicato il 14 marzo 2025 alle ore 18:28

Il sistema sanitario nazionale è morto ma, per citare un rimando di gucciniana memoria no, non risorgerà dopo 3 giorni. Stiamo parlando di una morte cerebrale s’intende, tranquilli, potete ancora spremerne le ultime risorse a colpi di esami, visite urgenti, controlli, consulti, pareri, approfondimenti.

Non si tratta di morte “per vecchiaia” sapete, no no, non è giunto al termine di una lunga e goduta esistenza (qualcuno in effetti ne ha goduto per la verità), ma del capolinea di un ragazzone di 47 anni che dovrebbe invece trovarsi nel pieno della sua maturità psico-fisica.

Tante volte mi è capitato di leggere a proposito di liste di attesa infinite, ore interminabili passate nei Pronto Soccorso, mesi e mesi per fare una misera risonanza. Utenti indignati contro una sanità sempre più alla deriva, insomma. Il più delle volte ci si passa sopra sospirando, quando un collega ci condivide il tal articolo, ci strappiamo risate a vicenda, perché il carico di amarezza che ne deriva, ormai si è stratificato nel profondo e, nel bene o nel male, non ci si scompone più di tanto.

Penso tuttavia che sia arrivato il momento di scomodarci, di fronte a questa carcassa che pare arrancare sempre più faticosamente e, nonostante le apparenze, sempre più inesorabilmente vicino alla fine. Questo grande e caldo abbraccio sanitario, che tutti accoglie e tutti cura, che ci fa ringraziare a fior di labbra di essere italiani, quando per diletto o lavoro capita di imbatterci nei sistemi sanitari esteri.

Eppure in qualche modo tutti, chi più chi meno, abbiamo le mani sporche di sangue.

Le hanno i medici di famiglia, quando inviano con urgenza pazienti in PS perché hanno male da mesi a una spalla e non sanno più che pesci pigliare (magari il sabato mattina, che solitamente c’è meno fila).

Le hanno i detentori di esenzioni dal reddito che, di fronte a una diagnosi a loro giudizio “insoddisfacente”, girano più nosocomi e ricevono svariate prestazioni per raccogliere pareri. Ovviamente a costo zero.

Le hanno i pazienti che richiedono risonanze e TC come indagini di primo livello, talvolta insistentemente, perché sa, mi sono fatto male 5 minuti fa e devo assolutamente capire  cosa mi sono fatto. Possibilmente prima di subito, perché poi ho da fare e non è che posso passare la mia giornata qui.

Tutto subito, presto e bene. Veloci ed empatici, visto che già sto male. E se ritengo che il medico non sia stato abbastanza cordiale e scrupoloso per i MIEI standard (regolati sulla base del mio personalissimo master in tuttologia su Google), scrivo pure una lettera all’ URP.  L’ufficio relazione con il pubblico. O per meglio dire, ufficio ragione al pubblico. Perché di fatto una relazione non esiste, non c’è un reale confronto. E’ un flusso unidirezionale dal paziente al professionista, che di fatto non ha diritto di replica perché, spoiler, il cliente ha sempre ragione (e no, non è un lapsus).

Dicevamo delle mani sporche di sangue, direi a questo punto, come non citare la categoria a cui appartengo, i medici e gli infermieri dipendenti del SSN. Categoria in via di estinzione ahimè, ma non per questo senza macchia e senza paura. I più attempati di noi vivranno probabilmente increduli questo cambiamento epocale che li ha visti da figure rispettabili e autorevoli del passato, diventare una sorta di mandria spaurita e decimata, accerchiata da turni insostenibili, ferie richiamabili, carenza di personale non reintegrata perché ehi! Un altro di noi ci lascia per un lavoro migliore quindi bene per lui, ma male per noi.

Quanto manca alla pensione? Troppo per mollare, troppo poco per pensare di poter cambiare.

Avanti il prossimo paziente!

Quando ho iniziato a fare questo mestiere ero fiera di poter aiutare il prossimo, niente di vocazionale per carità, ma l’idea di poter migliorare la condizione di salute, se non la vita, di qualcuno mi dava un non so che di onnipotenza, mi faceva sentire bene. Felice. Non potevo immaginare che lo stesso paziente a cui avrei passato notti, weekend, ore a ricucire squarci e sistemare fratture al meglio delle mie umili possibilità, si sarebbe poi trasformato nel formulatore di minacce di denunce e richieste di risarcimenti.

La mamma apprensiva del figlioletto vivace che è già alla sua sesta frattura in 4 anni, il nipote del centenario con frattura di femore, la nuora del politraumatizzato preso per i capelli. In medicina si chiama restitutio ad integrum, significa “ritorno alla condizione originaria” . Vietato morire, vietato aver dolore, vietato aver perso la possibilità di correre la maratona di New York, in un futuro, chissà, anche se solitamente prendo l’ascensore per fare una rampa di scale e l’unica maratona che faccio è quella su Netflix. E nel caso succedesse? Scatta la caccia alle streghe. A chi posso dare la colpa, perché di sicuro qualcuno ha sbagliato. E’ stato scritto in diario? Il modulo è stato compilato correttamente in ogni sua parte? E’ stata fatta la richiesta nei tempi/modi stabiliti?

La burocrazia si è mangiata letteralmente il nostro lavoro. Plichi di carte da compilare, timbrare, firmare. Scrivere, scrivere tutto, per mettersi al riparo dall’eventualità di. Il tempo che passiamo davanti allo schermo del terminale ha sorpassato alla grande il tempo che usiamo per visitare, al letto del malato.

La triste realtà è che la medicina difensiva è ad oggi il grande boomerang  che, tornando indietro a suon di esami fatti per “pararsi il c” nei confronti dell’utenza, sta depauperando le risorse finali.

Cosa dire delle direzioni sanitarie: budget, risultati, DRG. Siete sotto di personale? Fate 2 turni in 1, fate da soli quando dovreste essere almeno in 2. Andate in ferie, ma non troppo. Che qualcuno deve rimanere a salvare le vite. Fate doppi turni, ma non esagerate, che vi badiamo il cartellino. In che condizioni psico-fisiche, non importa. Risultati. Numeri. Silenzio e pedalare. Ci sono le liste d’attesa da abbattere: meno tempo a visita uguale più visite, semplice. E basta bere acqua che poi mi perdi tempo per andare in bagno.

 

La mia realtà regionale poi, è forse ancora considerata una roccaforte della sanità pubblica. Il privato avanza inesorabile, ma riusciamo ancora a tenere testa, incredibilmente.

Questo concetto che costoso è meglio, deve essere un retaggio dei nostri nonni, del dopoguerra, di chi ha sofferto la fame. Se sei gratis forse sei scarso, o poco furbo. E come dargli torto. Ma mamma sanità accoglie anche voi figliol prodighi che dopo aver pagato profumatamente la parcella dello specialista privato, tornate per gli “approfondimenti” di rito, al simbolico prezzo di un ticket, forse, imbarazzo incluso.

 

Attenzione: tutto ciò che ho descritto è reale, nonostante i toni a tratti grotteschi.

Non vuole essere una denuncia (…), quanto più il grido di un sanitario che ha già saturato le scorte di stress e di sopportazione e che è pronto, nonostante tutto a voltare pagina.

Il tempo della redenzione è ormai passato, perché il problema è di origine culturale e sociale e invertire la rotta significherebbe vedere nella sanità pubblica un bene comune, prezioso, da custodire e preservare, in cui investire soldi e risorse. In pratica, un’utopia.

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