Spero non vi stupisca scoprire che in omaggio con la pergamena di laurea, non venga consegnata alcuna preziosa boccetta contenente “essenza di medico”. Un po’ ti ci devi sentire, dopo anni passati a romperti la testa sui libri, devi aver completato la metamorfosi a suon di training autogeno <<sono un medico, sono un medico, sono un medico>>.
Oddio, ci sono quelli che se lo sentono dalla nascita, lo aveva notato pure il ginecologo alla morfologica insieme al diametro biparietale e alla lunghezza del femore. Quelli che sotto la camicia hanno il camice bianco al posto della tutina da Superman. E poi ci sono quelli come me, che un mese dopo la laurea, al grido “chiamate un medico!!” per una signora svenuta in chiesa, ho contribuito alle ricerche di un sanitario rimanendo in religioso silenzio (a mia discolpa posso dire che al tempo la laurea non era ancora abilitante…).
Alla fine forse la mansione fa il lavoratore, ti identifichi in quello che fai, perché vieni riconosciuto come tale dagli altri. Poco importa che a qualcuno ancora scappi “Signorina” al posto di “Dottoressa. Dopo anni di scuola di specialità passati a indignarmi quando venivo scambiata per la segretaria del primario, ho imparato a contare almeno fino a 3 e a deglutire molto lentamente, gustandomi l’espressione del malcapitato passare dalla sorpresa all’imbarazzo, quando alla richiesta di parlare con il medico o di dove sia il medico, rispondo “sono io”. Con espressione di noncuranza volutamente malcelata.
Avendo poi terminato la mia crescita staturale poco prima dei 160cm, con il tempo ho iniziato a rivolgermi ai pazienti dando del “lei”, anche per mantenere quel minimo di distanza che mi garantisse autorevolezza, evitando che i pazienti si prendessero eccessiva confidenza. Ho notato che con le donne spesso scatta un testa a testa tipo Sig.ina Rottermaier Vs Prof.ssa McGrannit, mentre gli uomini di una certa età mi danno comodamente del “tu” e li vedo che si trattengono dal rubarmi il nasino con le nocche.
Poco importa in realtà, non rappresentare il prototipo del chirurgo, a maggior ragione, ortopedico, mi ha sempre dato un gran gusto. Come quando vedi un punkabbestia intonare l’ Osanna con la tunica del chirichetto. Negli anni ho perso il conto di quanti mi hanno benevolmente deriso per la scelta della specialità, facendo riferimento alla mia fisicità. All’inizio pensavo fosse dovuto alla forza necessaria in certi interventi, ora so che è tutta immagine: il sembrare, l’incutere, il mostrarsi. Non avete idea di come certi pazienti mutino atteggiamento da ostile e indisponente nei miei confronti, a mansueto e comprensivo nei confronti di un collega…uomo. Eh sì, tasto dolente, lo so. E lo so perché con colleghe donne anche più prestanti di me, il risultato è il medesimo.
Forse 200 anni da che possiamo smettere i panni dell’angelo del focolare domestico e infilare il camice, sono ancora pochi perché non strida terribilmente la visione di una donna, giovane o meno, in una posizione di “potere”. Forse c’è diffidenza in generale perché si sa che la donna non ha senso dell’orientamento e non troverebbe un cucciolo di elefante tra le cose che ha in borsa, quindi come diavolo pretende di operare.
La verità è che noi ci facciamo il fegato amaro per dimostrare di non essere da meno laddove i nostri colleghi maschi al massimo strizzano l’occhio affabili, così da risultare anche simpatici. Sorridenti. Rassicuranti.
Un simpatico aneddoto, per te che stai pensando “ecco, la solita nazifem”.
Un paziente una volta minacciò con violenza di denunciarmi (prima ancora di essere operato) perché a suo dire lo stavo facendo aspettare addirittura da 2 ore e lui, purino, si era svegliato presto quella mattina. Al mio rifiuto di operarlo per l’esser venuto meno il presupposto fondamentale per la relazione medico-paziente, ovvero il rapporto di fiducia, si scatenò in improperi e minacce varie, trasformandosi in una sorta di Cerbero sputafuoco. Andò un mio collega a parlarci, poiché la direzione sanitaria ci impedisce di ricusare i pazienti (sì, anche quelli che ti minacciano prima di essere operati, così tu poi lavori talmente spensierata che intanto fischietti pure) e io non volevo più saperne. Non so cosa si dissero, se ci furono pacche sulle spalle, gare di barzellette o semplice intesa tra simili, fatto sta che il paziente si ammansí magicamente e, assunte le sembianze di un pulcino bagnato, pigoló addirittura delle scuse, pentito e addolorato.
La violenza redenta da lacrime e scuse a profusione. Vi ricorda niente, vè?
Chiaramente passai alla fine io per quella che aveva ingigantito un’inezia, quella “isterica” (in quanto utero-dotata). Una parte che proprio non sento di meritare, signor capocomico.
Dunque è questo che dovrebbe accadere una volta vestiti i costumi di scena: tu paziente dovresti affidarti, fidarti, confidare nel medico, perché semplicemente non hai scelta (come non ne ho io quando porto la macchina dal meccanico o chiamo l'idraulico per un perdita). Non è il tuo lavoro del resto, non hai le competenze necessarie per sostenere un confronto alla pari. Ci sarebbe anche tutta quella parte di aurea mistica che un tempo avvolgeva la figura distinta dell'anziano dottore canuto, accompagnato dall'immancabile valigia da cui era solito estrarre la medicina salvavita al letto del paziente grave. Ma francamente, anche guardandomi distrattamente allo specchio, non oserei mai aspirare a tanto.
Poi certo, spetta al medico sapersi spiegare, nel modo più comprensibile possibile in base al livello culturale di chi si trova davanti, senza scadere tuttavia nella banalizzazione in stile “pillole di patologia for dummies”. A quello pensano già i colleghi approdati sui social che a colpi di balletti imbarazzanti, pretendono di trattare argomenti complessi e delicati, ammantando il tutto di una sottile quanto resistente patina di ridicolaggine. Non si tratta di fare divulgazione a ogni costo, non serve che se ne parli il più possibile e in ogni modo. Serve che se ne parli, se proprio si deve, bene. Perché poi succede che le persone si sentono studiate all'università di Instagram, pensano di poter discutere di come, quando e perché si richiede un determinato esame. Sindacano su ogni cosa. Pensano di essere nel programma della Dott.ssa Pimple Popper (non sto scherzando, é realmente accaduto).
Ecco, a ognuno il suo, rispettando la propria parte. A meno che non abbiate accumulato da voi abbastanza canoscenza da ritenere di potervi affrancare dai medici (sospettabili ciarlatani), nel qual caso siete autorizzati a prendere la vostra personalissima laurea in medicina ad honorem. Se la cosa non vi suona nuova, vi ricordo che a consegnare la laurea all’Argante di Molière, viene chiamato un collegio di medici, composto in realtà da attori.
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