Orienteering 2.0

Pubblicato il 1 aprile 2025 alle ore 21:58

Oggi mi inoltro consapevolmente in un ginepraio fitto fitto affrontando temi che sono alla ribalta delle cronache da un po’, perché penso manchi evidentemente quel processo di interiorizzazione dei concetti per cui: leggo, capisco, mi interrogo, modifico il mio comportamento di conseguenza.

Quando arrivi alla mia età, ma forse anche un pelo prima, scopri di essere entrato tuo malgrado in una specie di gioco a tappe. Ci sei dentro già da prima, a tua insaputa, ma la consapevolezza ti arriva come uno schiaffone violento in pieno viso quando ti viene fatta, per la primissima volta, la fatidica domanda: “quando fai un figlio?”. Badate bene, a questo punto sei già ben oltre l’inizio del gioco. Perché ovviamente l’elenco in ordine non casuale prevede: scuola dell’obbligo, laurea, lavoro (al tempo che ti riesce, determinato, indeterminato, a chiamata, sfruttamento, schiavitù, insomma ti devi alzare la mattina e dirigerti da qualche parte), matrimonio (ora meno a dire la verità, è una tappa con l’asterisco: se proprio hai 50.000 euro lì che non sai cosa fartene, perché no, magari ci scappa un bel viaggetto che la lista nozze è un po’ agè), casa, rigorosamente di proprietà secondo la logica italica “rogito ergo sum”, per la quale se vivi in affitto sei alla stregua degli studentelli universitari e poi vuoi mettere indebitarsi fino al collo per tutta la vita che ti resta, così poi quando muori hai qualcosa da lasciare ai tuoi figli, se ne hai (non soldi, visto che li hai investiti sapientemente nel mattone che si sa, non perde MAI di valore!!!1!!). Infine, ovviamente, l’immancabile invasione via terra dello spazio personale intimo delicatissimo, con un panzer mascherato da innocente domanda di cui sopra, talvolta infiocchettata da “hai già X anni, sei in ritardo!”.

Seriamente, ora, non vorrei offendere la vostra intelligenza specificando che è una domanda da NON fare. Per talmente tanti motivi che mi sembrerebbe di sfiorare l’assurdo a spiegarli; ma che vorrei riassumere con: vi sognereste mai di chiedere a un uomo calvo perché non si lascia crescere un po’ i capelli che starebbe meglio?  Ma poi, grazie che mi ricordi i miei anni! Non ci avevo pensato, davvero! Meno male che ti ho incontrato oggi per strada, sono stata proprio una sbadata a non pensarci.

Piccola postilla, anche questa di un’ovvietà quasi offensiva: l’uomo di mezza età, senza famiglia e figli, è solitamente definito “scapolo” o “scapolone”, “scapolo d’oro”, birbantello. La donna di mezza età, senza famiglia o figli, è una “zitellona” o “vecchia zitella”. Comunque un baco del sistema, qualcosa che è andato storto. Poi il patriarcato è un’ invenzione delle nostre menti bacate.. mah.

Chissà perché le tappe prima non hanno quel pathos, forse si danno per scontate e comunque se vuoi vivere in una roulotte tutto l’anno nel campeggio di Zadina alimentandoti a bacche selvatiche, puoi farlo, ma i figli li devi cacciare.

Per quanto mi riguarda, devo dire che l’ordine delle tappe avrebbe anche una sua logica, mi era venuto il sospetto dopo il primo, ma l’ho capito davvero solo dopo il secondo figlio. Questa cosa di tornare dall’ospedale col pargolo a casa tua, con le tue cose, il tuo lavoro che ti aspetta, senza preoccuparti di fare concorsi all’ 8° mese di gravidanza o di impacchettare tutto in vista del trasloco con una bambina di 1 anno, non dover cambiare città e 2 lavori in simultanea (sempre con bambina di 1 anno), non dover ristrutturare casa con due bambini piccoli mentre vivi in una casa “di appoggio” con i materassi uniti con lo spago a formare il matrimoniale…mi sembra molto saggia. Bravi a chi l’ha pensato.

Io, nella mia follia, ho preso il mazzo delle carte e ho estratto praticamente a sorte, con il solo e unico obiettivo di prestare attenzione ai miei bisogni, senza farmi dettare le tempistiche dal gioco. E non la ritengo una mossa sensata eh, a tratti sicuramente rivedibile, ma vuoi mettere il senso di libertà che ti dá fare una scelta assolutamente non convenzionale e insensata per la maggior parte della gente, ma per te sí?

Questo più o meno il nostro processo decisionale tipo, in tutta la sua organicità:

Ora sarebbe il momento della casa: ma no facciamo un figlio. Ma abitiamo a 120km dalle nostre famiglie. Ecco appunto, non abitiamo mica nell’emisfero australe! Ma non hai un lavoro: lo avrò, faccio i concorsi. Speriamo non coincidano con la data presunta del parto… Casa trovata, ristrutturiamo! Ora sarebbe il momento di investire nel lavoro, sono gli anni più “produttivi”, ma no facciamo un altro figlio. Ma non abbiamo ancora finito la casa. “Casa è ovunque siamo insieme”, ripensandoci quella roulotte fissa a Zadina non sarebbe stata poi così male.

Mi rendo conto che da fuori sembro affetta da un qualche disturbo cognitivo. Invidio chi si mette lì al tavolo con una tabella excel e programma tutto al secondo. Davvero.

Comunque se vi può consolare le domande inopportune a proposito della mia capacità procreativa e organizzativa non hanno risparmiato neanche me. Fatto il primo figlio, arriva sempre, e dico sempre, il genio “quando fai il secondo?”. Sto ancora elaborando il trauma del parto, puoi aspettare un secondo?!? Ma poi chi lo ha detto che voglio il secondo, e giù con gli elenchi sui pro/contro essere figli unici. Le varianti in voga sono anche “guarda che se aspetti troppo poi non si cagano..”, “se li fai attaccati non ti illudi di aver finito con pannolini e notti insonni tra l’uno e l’altro” insomma non tiri la testa fuori dall’acqua per poi dover ricominciare l’apnea. Invogliante.

L’acme comunque l’ho raggiunto dopo il secondo. Era tutto un frullare di gente (semi-sconosciuti per lo più) che si preoccupava per il mio menage familiare. “Ma non è ora di tornare al lavoro?”. Veramente il bambino ha 3 mesi… in effetti però è grande per la sua età. “Dove lo lasci quando torni a lavorare”. All’ asilo. Faccia inorridita di chi ha appena visto una carcassa di piccione venire aggredita da gatti randagi. “Così piccolo?” (madre degenere che fa i figli e poi li lascia a sconosciute formate appositamente, insieme ad altri bimbi a giocare in ambienti protetti). Eh già, il congedo è quello. Ma poi lo vedi che dimostra di più della sua età.

Una signora una mattina per strada è riuscita a dire tutto insieme, tutto da sola: è ora di tornare a lavorare, però il bambino è troppo piccolo per lasciarlo. Perfetto, grazie per l’aiuto, se potessi portarmelo in ospedale e allattarlo nei momenti di pausa, saremmo in paese troppo civile per essere reale. Ti chiamerò per avere altre soluzioni brillanti.

Sarebbe, dico ogni tanto, mica sempre, carino tenere a mente che di solito è presente anche un figuro complementare, che è servito alla causa in minima parte, è vero, ma che è almeno nominalmente incluso nel nucleo famigliare il quale, guarda il caso, prende il suo cognome: il babbo! Qualcuno al lavoro o in famiglia ha mai chiesto a un babbo come pensa di organizzare gli orari lavorativi per potersi meglio occupare della prole? E’ vero, qualcuno che si immola per la causa inizia a vedersi, ma appunto è visto come una mosca bianca, un’ eccezione. Il babbo-coraggio che si prende anche cura dei figli, quasi mitologico. L’espressione “mammo” mi fa uscire la bile dalle orecchio, per favore, possiamo censurarla? Quello che voi definite “mammo” è semplicemente uno che fa il “babbo”, come dovrebbe essere, dai un applausino di incoraggiamento però te lo facciamo.

La verità è che ogni storia è a sé e non dovete rompere le scatole al prossimo. Non sapete niente di quello che vive internamente, anche se è vostra figlia/nipote/sorella. Ci sono storie molte intime cui magari uno non vuole nemmeno pensare, figuriamoci spiegarlo a te per strada o al pranzo di Natale. Se anziché fare il punto sulla vita privata e mettersi a spuntare le caselle, si chiedessero cose tipo “sei felice?” o “hai progetti?” credo che verrebbero fuori confronti anche interessanti e costruttivi, diversamente potete sempre appellarvi alle condizioni meteorologiche e all’assenza sempre più evidente di mezze stagioni.

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