Alzi la mano chi, nella sua vita, non è mai stato oggetto di un qualche tipo di ingiustizia. Sia chiaro, noi viviamo in quella parte di mondo dove non dobbiamo scendere negli scantinati al suono della sirena anti-aerea e la lista infinita di atrocità esistenti la aggiorniamo guardando i TG o leggendo libri, per fortuna. Tuttavia a qualunque livello esiste il concetto di giusto e ingiusto e a chiunque sarà capitato, suo malgrado, di vestire i panni della “vittima”.
Accuse false, prevaricazione, mancanza di equità, per citarne solo alcune. Cosa scatta in quel momento, nella testa di ciascuno di noi? Rabbia, frustrazione, incredulità. Le differenti personalità qui hanno davvero la possibilità di esprimersi pienamente. C’è chi si sfoga fisicamente lanciando o distruggendo qualcosa, la versione più evoluta immagina solamente di farlo e nel frattempo magari accarezza il gatto con mano più pesante del solito. C’è chi butta subito una coperta sul fuoco interiore a soffocare ogni istinto primordiale e si lascia avvelenare lentamente dal monossido di carbonio. C’è chi, impaurito dalle proprie emozioni incendiarie, attua l’istantaneo processo di ridimensionamento dell’onta: infondo non è così tragica, via, non la facciamo più grande di quello che è. C’è chi rifiuta di identificarsi come “parte danneggiata” e provvede solamente ad alimentare la propria misantropia, proseguendo semi-indisturbato.
Ognuno reagisce come può, come gli è stato insegnato, come gli è stato permesso. Perché poi è un lusso anche potersi arrabbiare.
Io personalmente appartengo alla categoria dei drammaturghi. Ovviamente dipende dal tipo di offesa, se mi passano davanti nella fila al supermercato non mi butto per terra sbattendo i pugni, ma se cado vittima di un’ingiustizia “vera”, un intrigo ordito a mia insaputa, accuse false formulate a scopo diffamatorio, insomma qualcosa che appare smaccatamente ideato con dolo, allora metto in atto scene che Sofocle al confronto risulta comico.
Non ci vedo più. Non c’è più spazio nella mia testa per le sfumature di grigio, all’improvviso è tutto bianco o nero, dove bianca è la ragione e nero è il torto. Poi, quando l’impatto iniziale scema, com’è naturale che sia, condivido la mia disavventura con chi mi è vicino: colleghi, amici, parenti, passanti. Il tentativo inconscio è probabilmente quello di essere legittimata nella mia reazione, accolta, ascoltata e supportata. Nella mia mente vedo già le spade unite sulle teste al grido “uno per tutti, tutto per uno”. Nella realtà tuttavia, le cose vanno un filo diversamente, seguendo un copione quasi già scritto.
Fase 1: IL RISVEGLIO della curiosità. Immaginate l’astante trovarsi improvvisamente di fronte me, nei panni di una Erinni (personificazione femminile della vendetta nella mitologia greca). Come minimo ho la sua attenzione. Bene.
Fase 2: L’ EMPA-TIGAZIONE. Che sarebbe la fase in cui chi ascolta prova, o finge di provare, empatia, ma che sfocia quasi subito nel tentativo di mitigare. Possiamo riassumere con “Ok ho capito, ma stai calma”. Ora, dire “stai calma” a una donna arrabbiata non è una grande idea, per chi ancora non lo sapesse, equivale a buttare una tanica di benzina sul fuoco nel tentativo di spegnerlo e no, non vale usare al suo posto perifrasi maldestre con il medesimo significato. Percepiamo il tentativo di de-legittimarci a distanza di chilometri. A quel punto il nostro povero ascoltatore è troppo invischiato nella discussione per far finta di avere impegni irrinunciabili a cui dedicarsi, ma se non è un imberbe ha già compreso quanto il terreno di gioco si sia fatto improvvisamente molto molto scivoloso. Il suo unico scopo ora è disinnescare, pertanto segue pausa di silenzio tattica accompagnata da sguardo intenerito.
Io proseguo nel racconto, in tutta la mia animosità.
Fase 3: LA DISSUASIONE. In pratica non ho nemmeno finito di raccontare l’accaduto, di esprimere quanto io sia sconvolta, delusa, amareggiata, che già il discorso prende la piega del “eh ma che ci vuoi fare”, “sono cose che capitano”, “non ti conviene”. Il tutto accompagnato da una buona dose di ragione, quella è in sconto a prezzi stracciati di solito. Non troppa però che poi mi monto la testa e chissà cosa penso di poter fare.
Siamo arrivati al clou del discorso: cosa pensi di fare. Reagisci? Ti difendi? Attacchi? Nella mia mente si è già intessuta una trama vendicativa così articolata da far impallidire il mitico Conte di Montecristo. E quasi già mi spunta un accenno di sorriso all’idea che il bene ( la ragione, il bianco, io) trionfi sul male (il torto, il nero, i malvagi). Non può che essere così, del resto. Ma il risveglio dalle fantasie arriva sempre troppo presto e, come una doccia gelata, mi ricorda che di questi tempi il giusto non vince (quasi mai) perché ha ragione, ma eventualmente perché ha saputo trovare vie secondarie tracciate da astuti cavilli burocratici, ha interpretato correttamente il tal codice giuridico, fondamentalmente ha pagato forte un avvocato. Perché diciamocelo, se pensi che a vertici (direzioni sanitarie, dirigenze scolastiche, manager, responsabili, CEO) interessi alimentare il dibattito torto/ragione ai fini di rendere giustizia, sei fuoristrada almeno quanto me. Ai piani alti interessa mantenere ordine e apparenza, parola d’ordine: smorzare, se non spegnere. Quindi se sei così sicura/o di aver ragione, lo dimostri in tribunale.
Non me ne vorranno i Sig.ri Giuristi, ma qui si entra sempre in un campo minato che è un attimo saltare per aria. E’ un attimo passare dalla parte del torto, e perderci. Soldi, faccia, tempo, voglia.
Se ti confronti con gli addetti ai lavori, il sentimento è sempre quello di lasciar perdere, a meno che non guadagnino su di te. Ti hanno arrecato un danno economico: potrebbe anche incrementare. Sei stato diffamato: potresti trasformarti nel calunniatore. Sei stato offeso: non dovevi reagire. Non ti devi difendere. Il leitmotiv è: opossum. Non importa che tu abbia indiscutibilmente ragione, ci sono interessi e macchinazioni nello sfondo che non gradiscono chi alza la testa e si fa sentire. Te la faranno pagare in qualche altro modo che tu nemmeno immagini. Tu, povera scema che ancora credi in ciò che è giusto e sbagliato. Ingenua. Svegliati un po’. Raccogli il tuo orgoglio e pestalo con forza, prendi il tuo senso di giustizia e mettilo in tasca ripiegato con cura, acchiappa il rospo e ingoialo mentre ancora saltella. E silenzio. Poi nel caso, chiedi scusa, che non si sa mai.
Io però ho questo problema (tra molti altri) della coerenza. Insegneremmo mai a una bambina o a un bambino che non deve reagire di fronte a un’ ingiustizia? Che non deve difendere un amico da qualche bulletto? Gli/Le diremmo mai che deve farsi gli affari suoi, che è meglio camminare per strada con le cuffie e il cappuccio alzato, lobotomizzato a guardare il cellulare, sia mai che senta/veda/assista a qualcosa. Vorremmo farne degli adulti responsabili e intelligenti, quando noi per primi siamo pavidi e ingrigiti.
Certo, il fatto è che tutti abbiamo qualcosa da perdere. Chi ha raggiunto con fatica una certa posizione, chi ha un mutuo da pagare e sta stringendo la cinghia, chi ha figli e gli piacerebbe pagare loro l’università. Chi è riuscito a mettere da parte qualcosa per godersi la pensione vicina.
Abbiamo tutti le mani legate.
Per tenerci stretto tutto questo però, rischiamo di perdere qualcosa di ancora più importante anche se meno tangibile: la credibilità. Non solo verso i nostri figli, per chi ne ha, ma soprattutto verso noi stessi. In passato una moltitudine di persone ha perso la vita per conquistare diritti che noi diamo per scontati, per rendere migliore il mondo che abitiamo. E lo ha fatto in nome di qualcosa in cui credeva, per un ideale. E noi, comodi e al caldo sul divano, abbiamo paura di alzare la testa oltre il nostro orticello, per paura che ci venga portato via.
“Certo, chi combatte può morire… chi fugge resta vivo, almeno per un po’… Agonizzanti in un letto, fra molti anni da adesso… siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi per avere l’occasione, solo un’altra occasione, di tornare qui sul campo, ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita ma non ci toglieranno mai la libertà!”
Esorta così il popolo scozzese, William Wallace in Braveheart, cuore impavido. Un popolo di contadini e pastori armati di forconi che si appresta a sfidare l’esercito invasore inglese sul campo di battaglia nel XIV secolo. Un suicidio di massa annunciato. E invece gli scozzesi poi vincono, come ci insegna la storia. Wallace al termine del film li chiama “poeti guerrieri”, che “si batterono come scozzesi, e si guadagnarono la libertà”.
Forse è il fatto di sentirci soli, la mancanza di solidarietà di fronte a fatti che dovrebbero stringerci gli uni agli altri, a bloccarci. Lasciamo perdere perché ci viene il dubbio che forse siamo noi a sbagliare nel modo di porci, a prendercela a cuore. Di fronte a un’ingiustizia ci troviamo quasi sempre da soli, quasi che gli altri avessero in qualche modo paura di esporsi o di esserne toccati a loro volta. Perché servono le spalle più che coperte o amicizie molto in alto, per sentirsi anche solo vagamente “al sicuro”. Tutti gli altri comuni mortali non possono che soccombere, un pezzo di fegato alla volta, finché non arriverà qualcosa per la quale non varrà forse la pena di mettere tutto in discussione e scendere finalmente sul campo di battaglia.
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